Spazio Domenico Romeo: “Misoginia e pena di morte verso le donne nel mondo”

Nel 2016 sono state giustiziate almeno 17 donne in 7 Stati: Iran (10), Arabia Saudita (3), Somalia (1), Egitto (1), Giappone (1) e Indonesia (1). Le donne giustiziate rappresentano lo 0,6% del totale mondiale e le loro esecuzioni si concentrano in Paesi che applicano strettamente la Sharia. È il traffico di droga il principale reato per cui le donne sono andate al patibolo. Nei Paesi in cui ci sono informazioni sulla pena di morte nei confronti delle donne, risulta che sono di meno rispetto agli uomini. Negli Stati Uniti ad esempio solo il 2,1% delle condanne a morte pronunciate tra il 1973 ed il 2011 erano nei confronti delle donne ed il 2,9% delle esecuzioni compiute dal 1608 ha riguardato persone di sesso femminile. Un dato che è stato letto da alcuni come prova di una discriminazione di genere nel ricorso alla pena di morte, da altri del fatto che essendo i crimini capitali per lo più crimini violenti sono con maggior frequenza commessi da uomini. Da una ricerca del Death Penalty Worldwide emerge che, pur nella scarsità di informazioni sul numero di donne nei bracci della morte, ve ne sarebbero in meno della metà dei Paesi mantenitori vale a dire in Cina, Egitto, Giappone, India, Kenia, Malesia, Singapore, Taiwan, Tanzania, USA e Vietnam. In altri tre (Arabia Saudita, Bahrain e Kuwait) vi è almeno una donna straniera che si trova nel Paese per motivi di lavoro condannata a morte. Dai dati di Nessuno tocchi Caino (da cui si estrapola tale pezzo a comprova ed in seguito di apposita relazione completa stilata nel febbraio scorso), risulta che la Tailandia è il primo Paese per donne detenute: sono almeno 50 le donne che, su un totale di 427 detenuti, si trovano nel braccio della morte, soprattutto per reati legati alla droga. In base ai dati del Governo, dal 1934, quando il plotone di esecuzione ha sostituito l’impiccagione, la Tailandia ha giustiziato 3 donne su un totale di 325 persone. Negli Stati Uniti, nei bracci della morte ci sono 2.848 uomini (98,14%) e 54 donne (1,86%). Al 1° ottobre 2016 nel braccio della morte federale c’erano 61 uomini e una donna. Dal 1977 sono state giustiziate 16 donne (4 nere e 12 bianche) su un totale di 1442 esecuzioni al 31 dicembre 2016. In Pakistan, secondo il Ministero degli Interni, vi sono 44 donne nel braccio della morte su un totale di oltre 6.000 condannati a morte. Il Pakistan ha giustiziato 9 donne nel corso della sua storia recente e l’ultima esecuzione è avvenuta nel 1985. Nello Sri Lanka, alla fine di aprile 2016, c’erano 28 donne nel braccio della morte su un totale di 1.004 condannati a morte, secondo quanto riferito da Thushara Upuldeniya, Commissario per le prigioni e portavoce del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. In Tanzania sarebbero 20 le donne nel braccio della morte su un totale di 491. Dall’indipendenza 6 donne sono state mandate a morte su un totale di 238 giustiziati per omicidio. In Uganda, nel 2016, c’erano 11 donne nel braccio della morte su un totale di 208 detenuti. Dal 1938 una donna è stata giustiziata su un totale di 377 persone mandate al patibolo. In Ghana, al 10 ottobre 2016, c’erano 3 donne su 137 detenuti nel braccio della morte, secondo il Servizio Prigioni del Ghana. In Kuwait, al 14 agosto 2016, c’erano 36 prigionieri, tra cui 6 donne, condannati a morte per vari reati, come omicidio premeditato, traffico di droga, sequestro di persona e stupro, ha reso noto il quotidiano Al-Shahed. Tre donne sono state giustiziate nel gennaio 2017. Il 12 luglio 2016, una donna dello Sri Lanka, identificata solo come S.B., insieme a tre indiani, è stata condannata a morte dalla Corte d’Appello del Kuwait presieduta dal giudice Ali Diran, per traffico di eroina. Le condanne erano state emesse in primo grado dal tribunale penale nel marzo del 2016. Nello Zambia, dove atti di clemenza cercano di far fronte al problema del sovraffollamento carcerario, ci sono 170 dei detenuti nel braccio della morte, di cui 2 sono donne, secondo quanto dichiarato dal Commissario generale delle carceri Percy Chato il 27 aprile 2017. In cinque Paesi la legge esclude il ricorso alla pena di morte nei confronti delle donne: Bielorussia, Guatemala, Russia, Tagikistan e Zimbabwe. Il diritto internazionale pone dei limiti all’applicazione della pena di morte nei confronti delle donne legati alla maternità. L’articolo 6 (5) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici vieta l’esecuzione di una donna incinta e le Garanzie stabilite dall’ECOSOC nel 1984 hanno esteso il divieto nei confronti delle neo-madri. Simili disposizioni sono contenute nei Protocolli Addizionali alle Convenzioni di Ginevra. È esclusa per legge l’esecuzione di donne in quasi tutti i Paesi che ancora la prevedono nei propri ordinamenti ed in 8 casi il divieto discende direttamente dalla ratifica del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici: Afghanistan, Gambia, Grenada, Guyana, Liberia, Saint Vincent e Grenadine e Tanzania. In Afghanistan, le donne che vengono condannate a morte quando sono già al sesto mese di gravidanza non sono detenute fino a quattro mesi dopo il parto. A Papua Nuova Guinea, le donne incinte evitano l’esecuzione se lo chiedono. L’unico Paese al mondo in cui una donna incinta può essere legalmente giustiziata è Saint Kitts e Nevis. Gli Stati che vietano l’esecuzione delle donne in stato di gravidanza si dividono in due categorie, quelli che ritardano l’esecuzione a dopo il parto e quelli che commutano la pena di morte in una pena detentiva a vita o inferiore. In alcuni Paesi la legge specifica il periodo del rinvio che può essere breve come i 40 giorni in Marocco, i 2 mesi in Egitto e i 3 mesi in Bahrein oppure fino a 3 anni in Tailandia e nella Repubblica Centrafricana. In altri Paesi, come il Burkina Faso, il Ciad, l’Iran, il Giappone, il Libano e la Corea del Sud, l’esecuzione è rinviata per un periodo indefinito dopo il parto. Vi sono Paesi che non hanno definito questo periodo ma che hanno ratificato la Carta africana sui diritti e il benessere del fanciullo, che vieta di imporre la pena di morte alle “madri di neonati e di bambini piccoli” (Repubblica Democratica del Congo, Mauritania, Niger e Tunisia). Tra i Paesi che prevedono una commutazione della condanna a morte quando riguarda donne incinta vi sono: Bahamas, Botswana, Ghana, India, Kenya, Kuwait, Laos, Malawi, Malaysia, Singapore, Sri Lanka, Uganda e Zambia. In quasi tutti questi paesi la condanna a morte della donna incinta è commutata in carcere a vita. In Belize, la commutazione è al carcere a vita con i lavori forzati. In Malesia, la condanna può essere al massimo a 20 anni di reclusione. In sei Paesi (Bangladesh, Eritrea, Etiopia, Iraq, Myanmar e Pakistan) è il tribunale che discrezionalmente decide se rinviare l’esecuzione a dopo il parto o commutare la condanna. Ci sono poi Paesi che vietano l’esecuzione di donne con bambini piccoli. In alcuni casi la legge prevede un rinvio dell’esecuzione, dai 40 giorni per il Marocco ai 3 anni per la Tailandia. In Mali, la legge prevede che una madre non sia giustiziata fin- ché i suoi figli non saranno allontanati. In Vietnam, una condanna a morte pronunciata nei confronti di una donna con un figlio al di sotto dei 3 anni viene commutata alla pena dell’ergastolo. In Iran, la legge prevede che una donna non sia giustiziata se accudisce il figlio e la sua esecuzione mette in pericolo la vita del bambino. Tuttavia, si sono registrati casi di donne con bambini piccoli giustiziate in Iran. Anche trattati internazionali a dimensione regionale vietano l’esecuzione in questi casi: la Carta africana sui diritti e il benessere del bambino e la Carta araba dei diritti dell’uomo. L’articolo 30, lettera e), della Carta africana sui diritti e il benessere del bambino vieta l’esecuzione di donne incinta e delle “madri di neonati e bambini”. Tra i Paesi che l’hanno ratificata, 8 (Algeria, Egitto, Guinea, Iran, Iraq, Libia, Mali e Sudan) hanno tradotto il divieto sul piano interno. Vi è poi la Carta araba sui diritti dell’uomo che all’articolo 12 afferma che non può essere giustiziata la donna incinta prima del parto né la “madre fino ai due anni del figlio”. Sono stati parte di questa Carta araba ed escludono dal proprio ordinamento l’esecuzione di donne con bambini piccoli Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Yemen e l’Autorità palestinese mentre non hanno ancora tradotto sul piano interno questo divieto: Kuwait, Qatar, Siria e Tunisia. In alcuni Stati la pena di morte può essere imposta per adulterio e per relazioni sessuali extraconiugali. Si tratta di casi che riguardano soprattutto le donne in società in cui sono ancora profondamente radicate convinzioni discriminatorie nei loro confronti che trovano espressione in manifestazioni sociali, giuridiche e legislative. Studi accademici rilevano che la questione di genere è spesso alla base di un uso discriminatorio della pena di morte. Le Nazioni Unite si sono più volte pronunciate per la decriminalizzazione dell’adulterio, ritenendo che sia prevalentemente utilizzato nei confronti delle donne. “Le disposizioni nei codici penali spesso non trattano ugualmente donne e uomini e stabiliscono norme e sanzioni più severe per le donne”, ha scritto Frances Raday, ex Presidente del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla discriminazione sessuale. Queste pratiche si pongono in violazione del principio di diritto internazionale per cui la pena di morte deve essere limitata nella sua applicazione ai reati più gravi i quali, in base all’interpretazione elaborata negli anni dalle Nazioni Unite, sono i reati intenzionali con conseguenze letali. In tal senso si è espresso il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite quando ha affermato che “l’imposizione … della pena di morte per reati che non possono essere caratterizzati come i più gravi, tra cui l’apostasia, l’omosessualità, il sesso illecito, l’abuso di pubblico potere ed il furto, è incompatibile con l’articolo 6 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici”. Il Relatore Speciale sulle esecuzioni extragiudiziali ha rilevato che le “condanne a morte possono essere imposte solo per i crimini più gravi, una condizione che esclude chiaramente le questioni di orientamento sessuale”. L’adulterio può essere punito con la pena di morte, per lo più nella forma della lapidazione [vedi capitolo “La lapidazione”] in 13 Paesi: Afghanistan, Arabia Saudita, Brunei Darussalam, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Mauritania, Nigeria (in un terzo dei 36 Stati del Paese), Pakistan, Qatar, Somalia, Sudan e Yemen. In questi stessi Paesi si può andare al patibolo per omosessualità. Negli Emirati Arabi Uniti, avvocati e altri esperti non concordano sul fatto se la legge federale preveda la pena di morte per il sesso consensuale. Per l’esattezza, la pena di morte è praticata “legalmente” (in base alla legge ordinaria e/o della Sharia) in solo 5 dei 12 Paesi summenzionati: Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan e Yemen. In un sesto Stato, l’Iraq, dove non è prevista dal codice ordinario, vi sono giudici e milizie in tutto il Paese che emettono condanne a morte in questi casi. Inoltre, pur non prevista a livello federale, in 12 Stati del Nord della Nigeria e in alcune regioni autonome del Sud della Somalia, viene applicata ufficialmente. Infine, in Brunei Darussalam, che nel 2013 ha introdotto il nuovo codice penale della Sharia, la pena di morte per atti sessuali al di fuori del matrimonio e tra persone dello stesso sesso dovrebbe entrare in vigore nel corso del 2018, anche se è probabile che non sarà attuato, come non è stata mai praticata in Pakistan, Afghanistan e Qatar, dove è pure prevista dalla legge della Sharia che affianca quella ordinaria. Come “esecuzioni extragiudiziarie” andrebbero invece classificate le decine di uccisioni decise da autoproclamati tribunali della Sharia ed effettuate dallo Stato Islamico (IS) in Siria e Iraq e da Al-Qaeda in Yemen.

Domenico Romeo