Volo Cancellato? “Semantica e pensiero: i frutti del malcapitalismo globale”

Da quasi cinquant’anni leggo L’Espresso. Per me è come celebrare il Natale col panettone, o la Pasqua con la colomba. Il motivo? Diciamo sentimentale. C’è stato un periodo, dopo che avevo “rotto” con mio padre per questioni di libertà intellettuale, che, per pagarmi l’università, andavo, una volta alla settimana, da metà pomeriggio fino a notte, alla Rotocolor, sulla via Tiburtina a Roma, per prelevare, dalla gigantesca rotativa, i fogli, allora formato lenzuolo del settimanale impilati su dei pallets, con un cosiddetto muletto che mi permetteva di caricarli su di un furgoncino per poi trasportarli in un magazzino nei pressi del Verano dove, una trentina di ragazze, avrebbero provveduto a montare i fogli per comporre le singole copie del giornale.
Nelle ore di punta serali era una corsa, sia contro il tempo inesorabilmente veloce della rotativa, sia contro il traffico, sia verso la soluzione all’inattività delle ragazze quando restavano senza fogli, evidenziata dal colore rosso peperone del titolare dell’operazione finale che si agitava e smadonnava scrutando il vicolo fin quando non mi vedeva comparire per poter distribuire ogni prezioso carico.
Passata l’ora di punta ci scappava il tempo di un caffè alla macchinetta della tipografia.
La carta, dovete sapere, è una delle cose più pesanti da caricare su di un furgone, ed allora non c’erano servosterzi. A pieno carico il volante sembrava collegato ad una macina di marmo. Così mi sono fatto i muscoli e l’abitudine a leggere quel settimanale.
Col tempo ho contribuito, a volte, a fornirgli anche notizie. Come, per fare un unico esempio, quando, irrompendo con una troupe televisiva del TG3 nel cantiere per la cosiddetta “Rampa del Gianicolo”, smascherai l’esistenza di reperti archeologici, pronti per essere mandati segretamente in discarica. Per dire.
Vengo al punto. Nell’ultimo numero de L’Espresso si fa riferimento ad un precedente articolo di Michela Murgia, per enumerare i numerosi commenti e contrasti suscitati dalla signora, solo per aver ipotizzato l’uso della parola “Matria” invece di “Patria”.
Ora, dovete sapere, che il numero di parole italiane che abbiamo a disposizione viene calcolato in circa 270.000. Di fatto, con sole 6.500 copriamo il 98% dei nostri discorsi; anche se, pare, alcuni giovani riescano a limitarsi ad usarne solo una quarantina.
Questi cosiddetti “lessemi”, se declinati, o coniugati, fanno salire ad oltre duemilioni le parole dicibili o scrivibili in italiano.
Due milioni di parole, di cui la semantica ci descrive i significati, a disposizione di tutti: ricchi, poveri, alti, bassi, donne, uomini. Tutti posseggono questo capitale milionario.
Per il pensiero è diverso, quello ce lo dobbiamo formare da soli: a ciascuno il suo, personale o riportato.
Ho imparato, col tempo, che oggi molti discorsi o articoli di pensiero sono come dei frutti. Ce ne sono di infinite varietà, colore, sapore, dimensione, ma, spesso, contengono un nocciolo, un seme nascosto all’interno.
Ora mentre i noccioli dei frutti sono facilmente identificabili, e poco masticabili, quelli degli articoli di pensiero no, sono spesso liquefatti all’interno, scivolosi, mimetizzati con la polpa, in una parola quasi invisibili. Ma ci sono.
Nel passato, pensiero e parola dell’intellettuale, coincidevano con il suo estensore, direi quasi che lo rappresentavano. Scrivendo, egli offriva se stesso agli altri. Non c’era nessun seme da far ingoiare segretamente al lettore. Era come uno dei frutti partenocarpici, o denocciolati.
Poi è cambiato qualcosa. Ideologie prima e capitalismo poi, hanno creato una seconda e terza generazione d’intellettuali. Si è cominciato a scrivere per veicolare un pensiero altrui.
Saltiamo i passaggi relativi alle ideologie, e veniamo direttamente all’oggi.
Scomparsa l’ideologia e scomparso il relativo pensiero intellettuale che cosa è rimasto? Il pensiero economico.
Si scrive, spesso, per far vendere un prodotto di qualsiasi genere imprenditoriale.
Il pensiero economico si è anche semplificato in un semplice concetto: come fare più utili?
Pubblicità, certo. Investendo in pubblicità si ottengono più vendite e più utili.
Ma il pensiero economico, quando diventa gigantesco, diciamo Multinazionale, si fa stratega di meccanismi più vasti, diciamo globali.
E pensa (solo uno dei tanti esempi possibili): come posso fare a vendere la mia polpetta di manzo, o di verdura, ma pur sempre polpetta, al maggior numero di individui, tenuto conto che esistono tradizioni culturali o religiose che distinguono l’alimentazione delle persone in funzione del luogo di nascita?
Risposta: cancellando tali diversità tradizionali.
Con l’edilizia (ed altro ben noto) ci sono già riusciti. Prima le diverse foto urbane si distinguevano a colpo d’occhio; oggi la foto di un qualsiasi sobborgo è indistinguibile da qualsiasi altro anche se posto a ventimila chilometri di distanza: stessa tecnologia multinazionale. Ma l’individuo ancora resiste a mangiare, bere e vestirsi in modo diverso nei due identici sobborghi fotografati.
La strategia a quel punto è stata quella di mescolare gli individui in modo da cancellare le tradizioni legate al luogo.
Allora, nell’articolo di cui ho parlato all’inizio, sembrerebbe come se la giornalista volesse avanzare una semplice provocazione semantica o sociologica legata al concetto di Patria, mentre in realtà stava propinando il seme nascosto della mescolanza: multiculturalismo tendente all’uniculturalismo (o meglio all’aculturalismo).
Ora, non dico che ci troviamo di fronte ad un agente segreto delle Multinazionali, non servirebbe. È bastato, con la forza del capitale, scegliere, il giusto direttore, il giusto giornalista, il giusto opinionista, ai quali indicare semplicemente la via, il pensiero, il seme appunto, per essere sicuri che loro sapranno poi bene ammannirlo con la loro fluida espressione di parole. E queste non mancano, grazie al cielo.
Chiudo evidenziando che, sempre in quest’ultimo numero, invisibile, ed immerso in una infinita quantità di altri commenti di aria fritta (sempre con nocciolo), ho scorto l’accenno ad un “pensiero”, che, tra l’altro, sempre ho letto, era pubblicato per esteso altrove, del filosofo Diego Fusaro, il quale avrebbe preso posizione contro questo “superamento” del concetto di Patria: “Il primo dei desiderata degli agenti apolidi e postnazionali della classe dominante postborghese (leggi Multinazionali; NdR). La signora Murgia, sempre quella del predetto articolo, proseguiva il Fusaro, adotta un “concetto liberista”, schierandosi con gli “apolidi signori della finanza post-nazionale…” (idem; NdR). Dieci righette a mezza colonna contro le altre migliaia.
Ma l’ho detto all’inizio, ormai, questo settimanale di “sinistra”, sempre più gonfio di pubblicità Maserati, Rolex, o scarpine da mille euro (ma anche di una paginetta intelligente di Gianfrancesco Turano eh, ed altre poche, rare espressioni di pensiero), degenerato ad allegato domenicale di Repubblica (il che la dice lunga sulla salute di entrambi), lo leggo soltanto come celebrazione tradizionale di un rito, legato alla memoria di quando avevo qualche anno, conoscenza ed esperienza in meno.

Maurizio Silenzi Viselli