Volo Cancellato? Tutta colpa della Torre di Babele

Gli uomini (e incredibilmente anche le donne) prima che avvenisse il fattaccio, parlavano tutti la stessa lingua.
Inutile starci a girare intorno per spiegare la cosa: se uno diceva “cane” tutti capivano a quale animale si riferisse, così come se pronunciava la parola “salciccia” erano tutti concordi nel ritenerla un insaccato di maiale.
Un giorno, il solito arruffapopolo, cominciò ad inzuffare le genti sulla poca attenzione del Padreterno nei loro confronti: “Eccolo! Se ne stà lassù per cazzi suoi, e non si rende conto dei problemi che abbiamo noi quaggiù…”.
Ovviamente, per i motivi già accennati in premessa, capirono tutti il ragionamento, e non poterono far altro che concordare con la stizzita analisi.
“Allora cosa facciamo?”, si chiesero l’un l’altro smarriti.
Un noto costruttore edile si fece avanti e propose: “Realizzeremo una torre altissima, fino a raggiungere il palazzo divino là sopra le nubi, e potremo così stabilire un contatto diretto, un’interlocuzione, un canale comunicativo che ci permetta di esporre i problemi all’Altissimo e, se Dio vuole, riceverne soluzione.”.
Approvata l’idea si diede corso ai lavori: una vastissima fondazione, in grado di sostenere l’alto torrione, fu immediatamente scavata e gettata.
I lavori avanzarono con grande velocità ed efficienza perché, sempre per i motivi in premessa, se uno diceva fai questo, quello lo faceva pari pari: capiva al volo insomma.
L’Eterno, una volta che si trovò a dare un’occhiata annoiata di sotto, strabuzzò gli occhi vedendo un mostruoso cilindro litico che stava per sfiorare il primo livello di nubi.
“Ma che stanno a fa’ stì pidocchiosi?”, si chiese esterrefatto, “Un’irruzione abusiva nella pace celeste? Mò te li sistemo io stì rompicoglioni!”.
Con un ampio e potente gesto della mano confuse i loro linguaggi. Ognuno diceva cose che l’altro non comprendeva.
I lavori, di fatto, cessarono, ognuno eseguiva direttive incomprensibili: nun se capivano più.
Veniamo all’oggi. In una nazione totalmente contraria a nuova immigrazione, compresi quelli già regolarizzati (sempre col solito tormentone: fatta salva l’accoglienza, per obbligo legale, e per piacere morale, ai profughi di guerra), una sparuta minoranza, per inconfessabili motivi Multinazionali, o per semplice incapacità analitica della realtà, sostiene l’incondizionata accettazione all’afflusso di milioni di estirpati da territori che loro considerano insoddisfacenti.
Ma voglio aprire una parentesi sulla questione dei profughi di guerra. L’ordinamento relativo fu elaborato in tempi in cui le guerre erano di aggressione militare di un paese su di un altro.
Oggi, in tutto il pianeta, si sbudellano a vicenda, nella maggioranza dei casi, per insignificanti differenze religiose. Ne discende l’obbligo all’accoglienza per entrambe le fazioni in conflitto civile (sic), che, non solo non vedono l’ora di continuare a scannarsi l’un l’altro, pur in un contesto diverso, ma addirittura, essendo accolti in una comunità ulteriormente terza di cultura religiosa rispetto alla loro, finiscono pure per odiare, entrambe, il paese ospitante, scatenandoci operazioni terroristiche.
Tornando a palla, pensare che sia difendibile il desiderio di cambiare casa, se la propria non considerata soddisfacente, per andarsi a ficcare abusivamente in una più bella e confortevole, significherebbe trovarsi una torma di imbucati, insoddisfatti del loro “due camere e cucina”, a Buckingham Palace od al Palazzo del Quirinale (che notoriamente gode di un suo ponentino molto più malandrino).
In questo quadro, indubbiamente complesso, la gloriosa testata dell’Espresso, degenerata, per infingardaggine editoriale, ad allegato domenicale con diffusione ed interesse inferiori ai bollettini parrocchiali, si è slanciata in una scalcinata campagna di stampa a favore dell’immigrazione, al grido di guerra: Ribelliamoci!
Ecco, per colpa forse dell’incresciosa vicenda di Babele: nun se semo capiti.
Ribellioni, o rivoluzioni, le fanno, da sempre, maggioranze vessate da prepotenti minoranze.
A volte, minoranze armate, mettono in campo un colpo di stato, ma non è il nostro caso (almeno voglio sperare).
Ed aggiunge, in sottotitolo: “Perché nessuno possa dire: non avete fatto niente.”.
Tranquilli, nessuno vi accuserà di non avere fatto niente, se non, di pensato o ragionato (o peggio, gratis).

Maurizio Silenzi Viselli