Poca società civile alla fiaccolata antimafia

Poca società civile e tanti politici locali alla fiaccolata di ieri sera in Piazza della Repubblica contro l’ultima ondata di violenza delle cosche. Fiaccole accese, ma poche, troppo poche per manifestare e ribellarsi contro i clan della ‘ndrangheta. Meno di 300 fiaccole accese, i giovani si contavano sulle punte della dita, più numerose erano le rappresentanze politiche di ogni schieramento e i loro sostenitori. C’era coesione ieri in piazza, ma mancavano i numeri. PERCHE’? Eppure giovedì scorso c’era stato l’omicidio del ventenne Francesco Torcasio, c’era stato l’attentato dinamitardo alla pasticceria Giordano. Un mese fa l’uccisione del padre di Francesco, Vincenzo Torcasio. La società civile, i giovani e finanche i cittadini che affacciano su Piazza della Repubblica, hanno disertato l’invito lanciato venerdì scorso dal comitato nato dalla riunione indetta nella sede di Corso Numistrano del Pd, così come ben pochi sono stati gli esercenti che hanno abbassato le saracinesche mezz’ora prima dello stabilito orario di chiusura come sollecitato da Confcommercio e Confersecenti in segno di adesione all’iniziativa. Alle 21:45 arriva direttamente da Roma il procuratore della Repubblica Salvatore Vitello. Ad accoglierlo davanti l’ingresso del Tribunale due striscioni: sul primo viene riportata una frase di Paolo Borsellino La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”, sull’altro la scritta “Da sempre contro le mafie…. Davvero!!!” Rimossi invece gli striscioni del gruppo “Giovani resistenti” dove si leggeva “tra la gente e per le strade l’antimafia vera è lontana dalle vostre poltrone e dai vostri ruoli di potere”. Il procuratore si rivolge così alle pochissime persone presenti: “non è il numero delle persone, ma la qualità di queste che vi partecipano a contare, l’intensità con cui la manifestazione viene portata avanti. Da quando sono arrivato in città mi sono innamorato dei lametini, ne sento l’affetto che mi da carica ed energia per portare avanti il mio operato”. Rivolgendosi, poi, alle famiglie mafiose lametine afferma: “Penso alla famiglia Torcasio, che in un mese ha perso padre e figlio, m i chiedo se voglia ancora vivere così, scegliendo la via dell’illegalità e della prepotenza ma dovendo guardarsi ogni giorno alle spalle anche da chi si reputa amico. Questa mentalità porterà all’autodistruzione di questa come delle altre famiglie mafiose in città. Le famiglie mafiose, e coloro che vi gravitano attorno, sono le prime a dover cambiare per evitare di essere vittime e carnefici di sé stessi. Ogni cosa che è contro la vita non ha ragione di essere, non si può scegliere di consegnare i propri figli alla morte, propria o altrui”. Il procuratore ritiene anche che “l’illegalità diffusa è un’arma in più per la mafia, perché con quali pretese una comunità che non sa scegliere la propria classe politica in rappresentanza può chiedere che si combatta la mafia? Io faccio la mia parte, e chiunque fa altrettanto è benemerito, ma tutta la città deve fare il proprio dovere”. Presente alla manifestazione anche Maria Teresa Morano, presidente nazionale della Federazione delle associazioni antiracket italiane, la quel prende la parola ed afferma che “solo oggi si parla di ‘ndrangheta, ed è importante perché la società civile prenda coscienza di questo cancro e si ribelli alla cultura che sta dietro a questo male, fatta di favoritismi e di cose che non si vogliono vedere”. Comunque, rispetto alla manifestazione del 2006 nata dopo il rogo della palazzina Godino, c’è stato un arretamento. Se la lotta alla ‘ndrangheta si dovesse misurare con i numeri di ieri sera in Piazza della Repubblica possiamo parlare di un vero e proprio “flop”. Anche se, come dice il procuratore Vitello, concludendo il suo discorso “Lamezia è una città perbene”.