I terreni di bertolami ancora nel mirino: incendiato un capannone in pieno giorno in contrada Pagliarone. In passato coltivazioni devastate, mezzi agricoli bruciati e altre intimidazioni

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Il capannone dove è stato appiccato il fuoco risulta ancora di proprietà di Giuseppe Bertolami. Dell’imprenditore dopo il sequestro non s’è saputo più nulla. L’immobile di circa 300 mq era adibito a deposito. Dentro tante cassette e attrezzature per la coltivazione delle fragole. A gestire la proprietà che ieri è stata interessata dall’incendio è aurelia, figlia del rapito.
Immediatamente sono interventui i vigili del fuoco con diversi mezzi per spegnere le fiamme e limitare i danni. Sul posto anche un trattore con cui sono state rimosse delle balle di fieno accanto alla struttura, che sono state avvolte dalle fiamme. L’intervento di spegnimento è durato delle ore.
Gli interessati hanno denunciato l’episodio ai carabinieri. Al capannone che era ancora avvolto dal fuoco è arrivato anche il comandante della compagnia di Lamezia Terme Fabio Vincelli per rendersi conto di persona di quanto stava accadendo. Il capannone non èera di grande valore, nè dentro c’era del materiale costoso. Si pensa si sia trattato di un messaggio intimidatorio contro la fmaigli aBertolami, anche se dopo il rapimento tra i fratelli ci sono stati non pochi problemi.
La guerra ai Bertolami continua, seppure con copi assestati a distanza di diverso tempo. Le aziende agricole e quei tereni fanno gola a tanti. E da un decennio sono approdati nella Piana anche investimenti consistenti dalla più vicina area reggina su cui indaga la Direzione Investigativa antimafia. senza però trovare ancora risposte. (Gazzetta del Sud – G.na.)

LA STORIA

Di Giuseppe Bertolami si è persa ogni traccia nonostante gli appelli dei familiari

Sono trascorsi 31 anni da quando fu rapito l’industriale florovivaista Giuseppe Bertolami. Di lui non si hanno più notizie. Fu rapito la sera del 12 ottobre del 1983, intorno alle 18, quando uscì dalla sua azienda a bordo della sua Fiat 132 imboccando la Statale 18, per tornare a casa in città. La sua auto fu ritrovata in Contrada Palazzo. Il sequestro non ebbe testimoni.
Fu avviata una trattativa con i rapitori, ma dopo circa un mese emezzo caò il silenzio, ed il fratello Antonio il 4 marzo del 1684 lanciò un appello ai rapitori ai quali “negli sporadici (e per lo più indiretti) contatti avuti, ho detto di essere disposto a trattare, anche se su una base che non è certamente quella della loro richiesta iniziale“. Un appello che non ebbe delle  risposte e che fu rilanciato il 22 settembre successivo in un’intervista rilasciata al Tg3.
Antonio Bertolami rivelò che i rapitori avevano chiesto 3 miliardi di lire. Quando però tutto sembrava definito, i contatti coni sequestratori si interruppero. Disse il fratello: “A questo punto dobbiamo sapere se andare in chiesa e pregare per Giuseppe morto. Non si può essere crudeli fino a questo punto“.
La famiglia negli anni scorsi, certi della morte del congiunto, avevano sollecitato che almeno si comunicasse loro il luogo dove l’imprenditore era stato sepolto.