DANIELE ROSSI: la questione lavoro in Calabria ha i contorni della tragedia sociale

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Com’è caratteristica fondamentale de #lacalabriacherema, non sono per nulla tentato da approcci demagogici o populistici, e mi piace cercare sempre di assumere atteggiamenti positivi. Non possiamo, però, prenderci in giro e camuffare una realtà tragica. Ho letto con attenzione, sulla stampa nazionale, i contenuti del cosiddetto Jobs Act. Apprezzo gli sforzi del Governo, ma al contempo devo dire che rispetto al Sud e alla Calabria questi provvedimenti avranno impatto zero. Non siamo una terra di grandi industrie, ma di piccole o addirittura micro aziende a conduzione familiare. Il nostro popolo di partite Iva è fatto in gran parte di lavoratori autonomi o di modesti artigiani che sono estranei alle dinamiche dell’Articolo 18 e di ogni sua possibile modifica. In questo contesto, è giusto e corretto dirlo, i problemi e le emergenze del Mezzogiorno e della Calabria sono rimasti ai margini del confronto politico nazionale. Si ha quasi l’impressione che non siano neanche compresi nell’agenda del Governo o del Parlamento. Ripeto, non voglio essere disfattista, ma solo realista e cercare di vedere le cose così come stanno, partendo dalla vita reale, dai fatti concreti, dai bisogni effettivi della gente che mi circonda.
Quando l’8 agosto di quest’anno, a Copanello, lanciammo la base ideale e programmatica de #lacalabriacherema, ponemmo al centro la questione lavoro. Chiedemmo vere e proprie rivoluzioni copernicane, coraggio nel progettare cure da cavallo, visione per prefigurare svolte radicali. Avete davanti agli occhi qualcosa del genere? Possiamo, allo stato dei fatti, immaginare che il 2015 porterà lavoro ai giovani calabresi che continuano ad avere come unica opportunità di salvezza l’emigrazione? E tutti coloro i quali, qui in Calabria, sono senza lavoro ed hanno già superato i quaranta o i cinquant’anni possono pensare di emigrare? Per non dire che la stessa emigrazione ha ormai caratteristiche nettamente diverse rispetto a quella conosciuta nei due secoli che ci siamo lasciati alle spalle. Oggi il giovane calabrese, magari laureato, che trova occupazione fuori regione, ha quasi sempre bisogno di un’integrazione di reddito che giunge dalla famiglia d’origine. Ci troviamo di fronte, quindi, a una duplice erosione di risorse: umane, da un lato, e finanziarie dall’altro.
Alla fine di questo 2014 da dimenticare sento il dovere, da imprenditore e da cittadino calabrese, di lanciare alla collettività un grido d’allarme: guardate che così non si va da nessuna parte, possiamo solo peggiorare. Anche gli eventuali tentativi di risanamento della cosa pubblica che potrebbero animare il nuovo governo regionale o gli enti locali, richiedono tempi lunghi. Né, peraltro, sono da escludere, proprio in un’ottica di razionalizzazione delle spese, ulteriori tagli e ridimensionamenti di interventi di natura sociale. Lo dico con grande senso di responsabilità: alla Calabria, dal punto di vista economico, occorre una scossa portentosa, qualcosa di straordinario e di mirato, una spinta decisa che vada molto al di là di ciò di cui si sta discutendo in ambito nazionale. Siamo fermi, immobili, quasi intontiti. Non si avvertono segnali di reazione. Si stanno consumando i risparmi accumulati in anni precedenti, si sta andando avanti contando sui redditi e sulle pensioni della porzione più anziana della popolazione. Prendiamo coscienza di questa situazione e agiamo di conseguenza!