Spazio Domenico Romeo: “La proprietà transitiva del male”

L’infelice ed infausta azione di Trump di inaugurare l’ambasciata a Gerusalemme, territorio multiconfessionale, nonché storico territorio internazionale, ha scatenato una polveriera nel mondo palestinese e piovono giuste critiche dal fronte della diplomazia internazionale. Gli omicidi efferati, avvenuti fra l’altro nella data della commemorazione della Nakba (“catastrofe”), rappresentano l’ennesimo affronto alla libertà di un popolo che chiede da tantissimi anni di essere riconosciuto e di avere la propria terra. Secondo quanto stabilisce “Addameer”, Ong palestinese per i diritti dei detenuti palestinesi, ad oggi sono oltre 6.500 i prigionieri nelle carceri israeliane, di cui circa 350 minorenni, 62 donne e 26 giornalisti. Tra questi detenuti, sempre secondo il prefato rapporto, una cinquantina hanno passato oltre 30 anni in prigione e circa 700 necessitano di cure mediche urgenti, negate dalle autorità carcerarie di Tel Aviv. Ma come è stabilito il sistema di detenzione dei civili palestinesi sotto occupazione? E’ bene sapere che, innanzitutto, i detenuti palestinesi sono tenuti in custodia in base ad una legge che consente ai carcerieri di privare le ragioni della custodia cautelare agli stessi detenuti che, per un periodo di tempo, non sono tenuti a sapere delle prove a loro carico. Essere palestinesi è, dunque, di fatto, già un delitto naturale di per se. Qualcosa che, nel nostro ordinamento, e nell’ambito delle Convenzioni Internazionali, non solo configura l’abuso, ma realizza il reato di “sequestro di persona”. Il soggetto detenuto, dunque, lo è come persona arrestata o come “prigioniero politico”? E’ di fatto un filo esile che lambisce la differenza fra queste due figure. Ai fini del richiamo del diritto alla difesa, nel caso in cui la giurisdizione israeliana fosse benevola nel concedere ad un detenuto tale diritto, il difensore nominato non avrebbe però diritto a conoscere l’entità del capo d’imputazione posto a carico del prigioniero. Qualcosa di paradossale ed aberrante che richiama e rievoca il concetto di “homo sacer” degli antichi romani ( definizione di uomini schiavi “riconosciuti per legge”, privi di diritti in forma naturale). Sui detenuti grava un periodo massimo di custodia di sei mesi, ma che per ragioni legate all’opportunità e all’arbitrio possono proseguire all’infinito, senza una data ben definita. Gli stessi detenuti, in tale periodo, nonostante siano privati di un autentico diritto alla difesa, possono vedere i propri familiari due volte al mese, ma se il detenuto è rinchiuso in un carcere israeliano questo “privilegio” può essere negato. Un argomento a parte spetta alle donne in gravidanza che avrebbero diritto all’assistenza, ma molto spesso la loro detenzione è sita in luoghi lontani da ospedali e si registrano soventi parti dentro le mura del carcere. Quanto tempo ancora il mondo deve fare finta di negare l’esistenza di un popolo ? Quanto tempo ancora le autorità internazionali appoggeranno uno Stato che occupa e soffoca un popolo che desidera i propri spazi attraverso il riconoscimento del proprio Stato ? Volere negare l’esistenza di Israele ed il riconoscimento del suo Stato è senz’altro sbagliato, ma è altrettanto fuorviante e criminale il tentativo di impedire la nascita di uno Stato, quello palestinese, con i suoi confini e con il proprio popolo. L’azione sconsiderata e scellerata di Trump, oltre ad essere uno schiaffo alla storia della città di Gerusalemme, suona come un’azione che rasenta la matrice politico-eversiva propedeutica all’istigazione del terrorismo internazionale, che va a soffiare sul fuoco in un luogo in cui i processi di pace sono già abbastanza compromessi da diversi fattori (ideologici, religiosi, etnici, etc). Negare un genocidio significa essere compartecipi a tutto ciò e quello che assistiamo oggi in Medio Oriente fa sovvenire l’assertazione di Desmond Tutu, arcivescovo anglicano, attivista sudafricano, premio Nobel per la pace nel 1984, che analizzando la drammatica situazione etnica in Terra Santa riferìì:” i palestinesi sono le reali vittime del nazismo. Il sionismo ha metabolizzato, somatizzato i crimini del nazismo ed adesso li adotta verso il popolo palestinese.” E’ proprio curioso e paradossale che una Nazione, quella israeliana, nonostante sia stata vittima di uno dei peggiori crimini della storia dell’umanità, la shoah ebraica, con continue azioni di terrorismo soffochi con il sangue le aspirazioni di libertà di un popolo, imprigionandolo in un’ orrifica occupazione militare che li spoglia da qualsiasi dignità. Una sorta di proprietà transitiva del crimine che dalla concretizzazione delle ideologie del male del secolo scorso, attuate con le deportazioni, con le leggi razziali, con i campi di sterminio, con i progrom, si concentra e confluisce su un popolo inerme. La meta-somatizzazione dell’odio ci trasforma in soggetti attivi del male e detonatori di odio stesso e senza un reale accorgimento rispondiamo al prossimo con lo stesso male di cui siamo stati imbevuti. In tale caleidoscopio tuonano le frasi del premio Nobekl Elie Wiesel che paragona Hamas ai nazisti, accusando tale ala oltranzista “di sacrificio inerme di bambini” e tutto ciò risponde ad assoluta verità perché se è vero che i processi di pace sono ostruiti da Usa e sionismo è altrettanto vero che Hamas rappresenta un edificio di barbarie verso lo stesso popolo palestinese. Ma la proprietà transitiva del male è anche questa e tende a strumentalizzare vigliaccamente dei bambini, utilizzandoli come cavie in lotte etnico-ideologiche, innalzandoli da cadaveri sull’altare dell’odio e della rivendicazione. Un po’ come spiegato in una lettera pubblicata dal New York Times qualche tempo fa, scritta da 327 sopravvissuti all’olocausto nazista “che auspicano la fine del genocidio a Gaza perpetrato in nome e per conto di Usa e Israele”. Sono ebrei, israeliani a firmare tutto ciò, non è difficile per loro riconoscere la proprietà transitiva del male. E’ pur sempre un incubo che rivivono sotto mutate specie, vesti e forme.

Domenico Romeo