LAMEZIA TERME: la Dia appone i sigilli al patrimonio da 55 milioni di Giuseppe Trichilo impegnato nei lavori della strada statale 106 a Marina di Gioiosa Jonica

edil_trichilo

il 50% del capitale sociale e del corrispondente compendio aziendale della “Magma srl” con sede a Lamezia Terme, dedita alla compravendita, locazione, gestione e amministrazione di beni immobili di qualsiasi specie e tipo; il 50% del capitale sociale e del corrispondente compendio aziendale della “Caraffa costruzioni srl” con sede a Gizzeria, dedita alla costruzione di edifici, strade ed autostrade; 30 beni mobili registrati; 30 rapporti finanziari; 14 beni immobili; 31 mezzi industriali.
«Le risultanze investigative
– riferisce la Dia – hanno permesso di appurare che l’esecuzione dei lavori per la realizzazione del tratto della strada statale 106 – variante al centro abitato di Marina di Gioiosa Jonica da parte della “Gioiosa scarl” sia stata pesantemente condizionata dall’ingerenza delle cosche, che hanno imposto al contraente le proprie ditte di riferimento». In questo scenario la “Edil Trichilo”, secondo la Dia, avrebbe agito «quale impresa di riferimento della cosca Aquino e, in particolare, di Rocco Aquino il cui ruolo di primo piano all’interno del locale di Marina di Gioiosa Jonica è attestato da plurimi convergenti elementi di fatto». Per la 106 Trichilo avrebbe fornito il ferro. Ad altre ditte, secondo la logica spartitoria dello “ce n’è per tutti”, sarebbero toccate altre fette dell’appalto. Logiche mafiose pure nella soluzione dei conflitti lavorativi avrebbero ridotto a zero il classico “rischio d’impresa”.
«Il provvedimento di confisca – sottolinea il capo della sezione Dia di Catanzaro, Antonio Turi – è importante anche perché consente di individuare uno di quegli imprenditori apparentemente puliti ma in realtà in affari con le cosche. Il punto di partenza di quest’indagine è stato la vicinanza del soggetto alla criminalità organizzata, scaturita nell’ambito dell’operazione “Crimine”, dove è emerso il rapporto con la cosca Aquino di Gioiosa Jonica. Si tratta di un imprenditore che, pur avendo una attività lecita, si è legato alla cosca, garantendosi la sicurezza di poter affrontare qualunque tipo di problema».
Secondo il tenente colonnello Michele Conte, della Dia di Catanzaro, «abbiamo a che fare con un soggetto che nasce come imprenditore “sano”, ma che ad un certo punto per aumentare i suoi profitti sceglie di avere a che fare con una organizzazione criminale. Siamo davanti a due generazioni di imprenditori che hanno costruito un castello – aggiunge – per poi vederlo crollare solo perché si è voluto fare un “salto di qualità” con affari illeciti». (Gazzetta del Sud – g.l.r.)