Per il Tribunale del riesame di Torino non esiste una cosca di ‘ndrangheta denominata Gioffrè-Ilacqua

TORINO – Il Tribunale della Libertà di Torino, presieduto dalla dott.ssa Silvia Salvadori e con a latere i giudici Marta Sterpos e Giulia Caveglia, ha confermato la propria ordinanza con cui aveva escluso che Francesco Gioffrè e Domenico Gioffrè siano degli ‘ndranghetisti.

I due giovani, difesi dagli avvocati Antonino Napoli e Giuseppe Germanò del foro di Palmi, trasferitisi da Amato di Taurianova a Chivasso, in provincia di Torino, e legati da vincoli di parentela con i Gioffrè di Seminara, essendo i nipoti di Vincenzo Domenico Gioffrè detto Ringo e cugini dei Gioffrè imputati nel processo Artemisia, sono stati arresti in seguito ad un’indagine condotta dal Pubblico Ministero della Distrettuale Antimafia di Torino, dottoressa Monica Abbatecola, contro alcune persone ritenute affiliati alla ‘ndrangheta ed a cui vengono contestati, a vario titolo, oltre al delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso, diversi reati di tentato omicidio, lesioni personali, estorsioni, danneggiamenti, traffico di droga, porto e detenzione di armi ed altro aggravati dal metodo mafioso.

Il Tribunale del riesame, accogliendo le argomentazioni degli avvocati Napoli e Germanò, ha ritenuto che non sussistono i gravi indizi di colpevolezza rispetto al delitto di associazione mafiosa in quanto non si tratta di un locale o ‘ndrina riconosciuti dal Crimine di Polsi ed il termine “bastarda”, utilizzato da terzi, nel corso delle conversazioni intercettate, per individuare il gruppo in cui sarebbero inseriti i due Gioffrè sarebbe, per i giudici del riesame, riferito in senso atecnico rispetto alle plurime acquisizioni che individuano compagini mafiose e di matrice ‘ndranghetista non riconosciute dal Crimine di Polsi, inteso come organismo criminale centrale e all’apice della gerarchia mafiosa reggina.

Il gruppo di persone di cui farebbero parte i due Gioffrè, ad avviso del tribunale del riesame, non avrebbe goduto di fama criminale e di conseguenza non genererebbe forza di intimidazione, sicchè le paure che le indagini hanno comunque rilevato, sarebbero da ricondurre all’aggressività del singolo e non alla forza di intimidazione proveniente dal vincolo associativo, e peraltro più persone hanno reagito (come Mancuso Enrico ponendo all’incasso gli assegni datigli dai Gioffrè, o Occhipinti che in prima battuta ha negato a Gioffrè Domenico quanto da lui richiesto) o denunciato (come Tavaglione Elio e Petrosso Fabio), così escludendo ipotesi di assoggettamento ad omertà.

La difesa ha altresì evidenziato, che non emerge nella presente indagine alcun tentativo di infiltrazione nel settore economico per il controllo di attività di mercato in quanto gli indagati parrebbero operare per logiche difensive rispetto a condotte vissute come truffaldine a loro danno, piuttosto che con lo spirito di infiltrazione di cui parla la norma incriminatrice.

Avverso l’annullamento da parte del Tribunale del riesame del reato associativo, dell’aggravante del metodo mafioso e di alcuni reati fine il Pubblico Ministero aveva proposto ricorso in Cassazione ottenendo dalla la seconda sezione penale l’annullamento con rinvio del provvedimento del riesame.

Il Tribunale della Libertà di Torino in sede di rinvio dalla Cassazione, in seguito alla discussione in camera di consiglio con la presenza del P.M. e dei difensori, ha accolto le argomentazioni degli avvocati Napoli e Germanò, ed ha confermato l’esclusione del reato associativo, di alcuni capi di imputazione mentre ha confermato la misura applicata per gli altri capi aggravati dal metodo mafioso.