Si è spento a Roma il generale Francesco Delfino, l’uomo che catturò Riina

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Un grande lavoro di intelligence, durato, si dice, almeno cento giorni, ma Delfino sostenne sempre che furono determinanti le rivelazioni di un piccolo boss in disgrazia, Balduccio Di Maggio, per incastrare “Totò u curtu”. Oggi ci sono ancora tanti misteri intorno a quella cattura, misteri che si intrecciano con la storia del nostro Stato e che, un poco, se ne vanno proprio con la morte di Delfino.
I dubbi più grandi riguardano la fase successiva all’arresto di Riina. Sul covo ci sono tuttora ombre giudiziarie che riguardano i proprietari della villa e la mancata perquisizione della casa. Francesco Delfino è stato in prima linea dal 1977 contro le brigate rosse, tanto che un pentito di ‘ndrangheta rivelò che riuscì ad infiltrare un reggino tra le fila delle b.r. L’ufficiale di Platì riuscì ad avere una carriera brillante, prima nel Sismi, poi nei Ros, poi in comandi di eccellenza. Con le sue indagini è entrato in tutte le grandi storie e segreti d’Italia, dalla strage di Piazza Fontana al rapimento di Aldo Moro, al suicidio, che lui ha sempre visto come un omicidio, del “banchiere di Dio” Roberto Calvi. Delfino conosceva dinamiche e controversie dei burattinai della politica, e dell’antipolitica, ha visto in faccia la P2.
Sapeva troppe cose, era diventato un uomo chiave per le dinamiche nazionali e non solo. Ma forse, il torbido che si nascondeva e si nasconde sotto il tappeto del nostro Paese, Delfino lo conobbe realmente lavorando alla cattura del boss dei boss Salvatore “Totò” Riina, preso a Palermo nel 1993. E’ da quel momento che il generale della Locride iniziò ad essere lasciato solo, al suo fianco rimasero solo i suoi uomini, i suoi fedelissimi, coloro che sono sempre stati al servizio di uno dei più grandi investigatore del nostro paese.
Dopo l’arresto del capo dei capi di “cosa nostra” il generale è diventato una figura ingombrante, al limite del mito tra le forze dell’ordine. Così l’isolamento disegnato per Delfino si chiuse teatralmente nel 1998 quando in modo anomalo venne coinvolto nella gestione del riscatto del sequestro dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini. Delfino gestì la trattativa ed ebbe in mano 800 milioni da consegnare ai rapitori sardi. Un meccanismo scientificamente diabolico che portò alla denuncia del generale per truffa aggravata. Da lì il declino dell’animo ferito di Delfino.
Uno smacco per l’uomo che aveva servito lo Stato più di ogni altra cosa. Dal 1998 Roma è stata la sua “isola”, la sua casa, l’amore eterno per la Calabria e la Locride il suo malinconico leit-motiv. Con Francesco Delfino se ne vanno una parte significativa di ombre e segreti italiani, ma se ne va anche uno dei calabresi che più hanno lasciato il segno nella storia controversa d’Italia. (Il quotidiano del Sud – P.vi)