Il diavolo Certamente di Andrea Camilleri

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LIBELLULE MONDADORI – PG. 171 – € 10,00 – EBOOK DISPONIBILE

Due filosofi in lotta per il Nobel, un partigiano tradito da un topolino, un ladro gentiluomo, un magistrato tratto in inganno dal giallo che sta leggendo, un monsignore alle prese col più impietoso dei lapsus, un bimbo che rischia di essere ucciso e un altro capace di sconvolgere un’intera comunità con le sue idee eretiche. E ancora: una ragazza che russa rumorosamente, un’altra alle prese con il tacco spezzato della sua scarpa, una segretaria troppo zelante, una moglie ricchissima e tante, tante donne che amano – tutte – con passione, a volte con perfidia, più spesso con generosità.
Ecco i personaggi che, insieme a molti altri, popolano le pagine di questo libro: un romanzo corale sui desideri e i vizi, gli slanci e le bassezze dell’umanità e insieme un perfetto marchingegno a orologeria. Più che perfetto: diabolico.
33 racconti di 3 pagine ciascuno: 333 e non 666, perché questo, come tutti sanno, è il numero della Bestia, e non si discute sul fatto che mezzo diavolo sia meglio di uno intero. Andrea Camilleri ha scritto racconti dal numero di battute incredibilmente congruente, che nel dattiloscritto consegnato alla casa editrice equivalevano esattamente a tre pagine l’uno. In ognuno di essi, il diavolo suggella la storia con il suo inequivocabile zampino: nel bene o nel male, a noi lettori l’ardua sentenza. Perché questi racconti, oltre a essere irresistibilmente divertenti, sono anche percorsi da una meditazione accanita e sottile sul senso delle umani sorti, del nostro affannarci per mentire o per apparire, della nostra idea di felicità; i due apologhi filosofici che aprono e chiudono la raccolta non sono che il disvelamento di una trama che sottende tutta la narrazione. E che fa di questo libro un assoluto gioiello: non solo una serie di variazioni musicali sull’eterno tema del male e del destino ma anche una “commedia umana” concentrata in pagine di fulminante, contagiosa energia. Perché un dettaglio luciferino può cambiare segno a una vita intera, ma proprio per questo quella vita – sembra dirci sorridendo Camilleri – vale sempre la pena di viverla senza risparmio.

RECENSIONI

Abbiamo appena finito di leggere a tempo di record il libro dal titolo ‘Il diavolo, certamente’ di Andrea Camilleri e vogliamo condividere con voi le nostre impressioni. Prima di tutto diamo uno sguardo alla struttura: si tratta di 33 racconti di 3 pagine ciascuno, né più né meno, almeno nel dattiloscritto mandato alla casa editrice. Una scelta precisa di Camilleri, che deve aver richiesto un notevole lavoro di cesello da parte sua.
333, per un libro che ha nel titolo il 666, il diavolo: anche questa una decisione consapevole di Camilleri. Un libro che abbiamo letto nel corso di un pomeriggio, non particolarmente ostico come scrittura, anche perché è in italiano, non in siciliano come i romanzi del Commissario Montalbano o come l’ultima sua fatica, La setta degli angeli. A dire il vero un po’ ci è mancato il siciliano, anche se in questo modo abbiamo potuto ancora una volta notare l’abilità di Camilleri di creare personaggi credibili con poche e semplici parole.
Le 33 storie si leggono d’un fiato e in tutte serpeggia un sottile filo conduttore, un senso del destino e del fato ineluttabile, che ti colpisce quando meno te lo aspetti. Come a dire che la mala sorte, il diavolo, la maledizione di Tutankhamon, il karma negativo, chiamatelo come volete, ci mette sempre lo zampino, stravolgendo letteralmente la nostra vita.
Non si salva nessuno da questo destino: manager, bambini, mogli e mariti, disoccupati, preti e tanti altri ancora. Persone comune, potremmo essere noi stessi, i nostri vizi, le nostre bugie, le nostre illusioni messi alla berlina, ci si ritorcono contro, forse istigati da una presenza demoniaca. Che non si vede mai, ma che si sente.
Interessante la scelta di Camilleri di far iniziare e finire questo volume con due storie legate alla filosofia: l’abbiamo sempre trovata indigesta, ma in questo caso diventa quasi un’ossessione, di filosofia si può anche morire, come Camilleri docet.
Un libro che ci pone di fronte all’umana sorte, vista dal suo lato più negativo, una commedia umana che sotto l’apparente velo dell’umorismo cela la verità di una vita fatta di apparenze e di menzogne, di falsità e malvagità, con qualche sprazzo di sincera bontà. Un libro apparentemente leggero, ma che ti fa riflettere.

L’officina di Andrea Camilleri non chiude mai, e questa sua prima prova per l’anno 2012 – anno di millenarismi, apocalissi e profezie assortite – mette in fila un bel numero di stuzzicanti esercizi di stile sopra un tema caro allo scrittore siciliano: che non è esattamente il male, come il titolo preso a prestito e parafrasato dal film di Robert Bresson lascerebbe supporre, quanto piuttosto la capacità inesauribile e diabolica che hanno gli uomini di remare contro sé stessi, sabotando con le proprie grottesche e goffe macchinazioni la possibilità di essere felici.
Accanto alla nostra stupidità, e per emendare almeno in parte il tasso complessivo di entropia al quale siamo condannati, lavora senza posa il caso, che nel suo tracciare eleganti traiettorie fra i dettagli delle nostre vite mostra spesso di essere intelligente, o perlomeno di avere un certo gusto.
Già, i dettagli. È proprio lì che si nasconde il diavolo, com’è noto: e per un affabulatore come Camilleri dev’essere stato un piacere sublime esercitarsi nel gioco di congegnare piccoli, perfetti dispositivi narrativi pronti a scattare come trappole attorno alla curiosità dei lettori.
Sbattiamo le ali come colibrì vicino al nettare che il papà di Montalbano dispensa a piene mani nei suoi racconti, non chiedendogli altro che di farci rimanere prigionieri della malìa.
“Non vi accadrà nulla, sapete? Sono solo storie, le mie”, sembra sussurrarci sornione all’orecchio, mentre già si frega le mani pregustando il piacere di raccontare. Ed ecco che il cantastorie di Vigata accontenta il nostro bisogno di storie, squadernando sotto i nostri occhi un teatrino cinico e intelligente, nutrito di figure gogoliane nella loro tragicomica statura.
Ci sono i due filosofi che si detestano e sembrano aver impostato la propria vita ciascuno via negationis all’altro.
Ci sono coppie che scoppiano (o rischiano di scoppiare) nel momento in cui uno dei due coniugi decide di intraprendere una terapia per mettere a tacere quella russata che da anni disturba i sonni dell’altro.
Ci sono amanti che si recano in gita di piacere all’estero occultando tutte le tracce, salvo poi venire scambiati per terroristi internazionali e messi alla berlina sulle prime pagine dei giornali.
Ci sono incontri consumati su di un tacco incastrato fra le griglie di una grata, e che attorno al ritardo che da quell’inconveniente discende apparecchiano tavole sontuose.
Ci sono, insomma, trentatrè variazioni su di un tema antico e sempre nuovo, un leitmotiv sul quale si è esercitato ogni scrittore che si possa dire attento ai sommovimenti dell’animo umano e al modo in cui l’imprevisto – unico vero motore di ogni possibile storia – spariglia le carte che avevamo preparato con tanta cura.
Ognuno è il volenteroso carnefice di sé stesso, sembra volerci dire Camilleri; ma lo scopriamo inesorabilmente troppo tardi, quando il celebre motto esistenzialista si rovescia nel suo doppio, facendo nascere il sospetto che se l’inferno sono gli altri, il diavolo siamo noi.
Certamente.

LEGGI UN ESTRATTO

I due più grandi filosofi contemporanei, come tali universalmente riconosciuti, stimati, onorati e ognuno con larga schiera di seguaci fieramente avversi l’un l’altro, sono coetanei ma di diversa nazionalità e in vita loro non si sono mai conosciuti di persona.  Uno si chiama Jean-Paul Dassin: francese, nato in una ricchissima famiglia dell’alta borghesia industriale, ha studiano nelle più esclusive scuole del suo paese e si è concesso il lusso di seguire le lezioni dei maestri che più l’interessavano in Europa e in America. Ottimo parlatore, brillante conversatore, uomo di mondo, Dassin è l’idolo dei salotti intellettuali, quotidiani e riviste si disputano i suoi articoli così come le tv le sue apparizioni, e le lezioni alla Sorbona assomigliano spesso a una prima teatrale di gala. I suoi testi filosofici più noti, La coscienza felice e il Tempo nello spazio dell’Essere, sono diventati degli autentici best-seller. Non averli nella propria libreria, anche se nemmeno sfogliati, sarebbe segno di mancanza di cultura. Nel suo castello in Normandia organizza spesso a proprie spese convegni filosofici internazionali ad altissimo livello.
Il secondo è Dieter Maltz, figlio di poveri contadini della Bassa Baviera che non avevano il denaro sufficiente nemmeno per farlo andare alle scuole elementari.  Gli venne in soccorso uno zio calzolaio, ma appena arrivato alle scuole superiori Dieter divenne autonomo, vuoi perché cominciò a razziare tutte le borse di studio a portata di mano vuoi perché non disdegnò di arrotondare facendo lavoretti extra come il cameriere, il guardamacchine, il lavavetri. All’università, l’incontro con la filosofia fu per Dieter come un colpo di fulmine. La sua tesi di laurea, un’analisi estremamente critica della nozione di tempo in Heidegger, gli valse la pubblicazione. Schivo, appartato, scorbutico, mai voluto apparire in tv, mai un articolo per un giornale, fotografato raramente di sfuggita e a sua insaputa, Dieterm Maltz è stato raggiunto lo stesso dalla fama soprattutto per la sua opera capitale, Crisi e apologia della ragione. Malgrado la notorietà, ha continuato a vivere nella povera casa contadina dei genitori, appena riaggiustata. Non ha mai partecipato, anche perché mai invitato, ai convegni nel castello di Dassin. (………..)