Se una mattina d’inverno un avvocato… La Vecchia Calabria di Francesco Bevilacqua

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Rubbettino lancia nella prestigiosa collana “viaggio in Calabria” Sulle tracce di Norman Douglas. Avventure fra le montagne della Vecchia Calabria di Francesco Bevilacqua

Se una mattina di inverno un avvocato si inerpicasse per irti sentieri e scoscese mulattiere, dotato di scarponi, bastone e per unica guida il capolavoro di Norman Douglas “Vecchia Calabria”, probabilmente se ne perderebbero dopo poco tempo le tracce e il suo nome risuonerebbe a lungo tra le valli delle montagne di Calabria urlato dai cercatori arrivati nel frattempo in soccorso…
Non così però se quell’avvocato si chiama Francesco Bevilacqua, probabilmente il miglior conoscitore del territorio calabrese e autore di numerose pubblicazioni sulle montagne e la natura della nostra regione. Bevilacqua non è però solo un infaticabile camminatore, ma è anche un raffinato intellettuale che sa mescolare bene il racconto delle foglie dei pioppi a quello dei fogli dei libri di narratori calabresi, antropologi, viaggiatori… in una trama ben ordita che affascina il lettore.
Da questa passione per la cultura e la natura nasce dunque l’idea di questo libro che rappresenta una vera e propria sfida a cui Bevilacqua non poteva sottrarsi: quella di ripercorrere il più celebre viaggio in Calabria di tutti i tempi, quello di Norman Douglas, e di riuscire a narrarne con altrettanta eleganza la storia. Sfida che a giudicare dalla piacevolezza della lettura di questo libro, può certamente dirsi senz’altro superata.

Bevilacqua cerca sulle montagne calabresi lo spirito di Douglas e il genio dei luoghi. Sulle cime impervie, solitarie e selvagge del Pollino, della Sila, delle Serre, dell’Aspromonte. Osservandole con occhi incantati, facendone la sua patria, percorrendole sino a sfiancarsi, contemplandone la bellezza, riflettendo sulla Calabria da ri-scoprire per i suoi straordinari paesaggi naturali e su quella da ri-coprire per (ahimè) le tante nefandezze perpetrate dagli uomini.

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Cefalee quotidiane
Tre del mattino di un sabato di tardo autunno. Sorseggio l’unico caffè che la mia colite silente e la mia ansia strisciante mi consentono di assumere senza troppe conseguenze psico-fisiche. Lo prendo anche con l’illusione che la caffeina tenga lontana per qualche ora la cefalea, mia fedele, imperturbabile compagna di vita.
Un simpatico quadretto d’apertura, non c’è che dire, per un libro che vorrebbe raccontare, con i passi e le parole, luoghi di Calabria che un fervido viaggiatore britannico descrisse, allo stesso modo, agli inizi del Novecento: parto, del tutto inconsapevolmente – perché, se non fossi stato sufficientemente chiaro, sto proprio scrivendo di getto -, dal racconto delle mie «malattie». Chissà perché?
A pensarci bene, le malattie di ciascuno di noi – quelle croniche intendo, quelle che il più delle volte, sadicamente, i medici chiamano psicosomatiche (leggi: incurabili), per levarsi il paziente dalle scatole – sono delle compagne di vita un po’ birichine. Ci avvertono che stiamo tirando troppo la corda, fanno a braccio di ferro con noi, ci sfidano, giocano a nascondino, ci punzecchiano, ci bloccano per qualche ora, ci costringono a riposare e a riflettere, ci fanno venire sani sensi di colpa verso noi stessi. In ultima analisi ci avvertono che, nonostante ci lasciamo fyyllare come frappé da un turbinio di problemi quotidiani, esistiamo anche noi, con i nostri corpi, le nostre menti, le nostre anime, che stiamo qui, in questo piccolo luogo sperduto dell’Universo per una ragione imperscrutabile, come direbbe Pascal, che siamo una particella infinitesimale della biosfera, prima ancora di essere un padre o una madre assillata, un impiegato zelante o un professionista preciso o un cittadino impegnato nel sociale o chissà cos’altro. (…….)