Governo ottiene la fiducia con 316 si. Polemiche sui radicali

Giornata al cardiopalma ieri per Berlusconi, che con 316 voti ha superato la prova della fiducia

Il governo raggiunge 316 voti, un risultato che consente a Silvio Berlusconi di tirare un sospiro di sollievo, dopo una mattinata ricca di tensione e di defezioni dell’ultima ora: “Abbiamo sventato un agguato”, commenta a caldo il premier dopo aver fatto la spola tra l’Aula e la sala del governo cercando di convincere in extremis i più riottosi come Luciano Sardelli, ex capogruppo dei Responsabili che, dopo un faccia faccia con il Cavaliere, conferma l’intenzione di non partecipare al voto certificando il suo addio dalla maggioranza. La tensione in Transatlantico è palpabile fin dalla mattina presto quando decine di parlamentari si ritrovano alla Camera ben prima dell’orario di convocazione. A tenere banco sono le assenze ‘mirate’ nelle file del centrodestra (Giustina Destro e Fabio Gava), quelle forzate di Alfonso Papa e Pietro Franzoso. Il rischio che fino all’ultimo terrà la maggioranza in fibrillazione è la possibilità che sommando i voti mancanti a quelli dell’opposizioni non si raggiunga il numero legale per la votazione. Ipotesi che alla fine non si realizza tanto che tutta la maggioranza in blocco, a partire dal capo del governo, punta il dito contro il mancato “agguato” dell’opposizione.

Il Cavaliere, improvvisando una conferenza stampa nel corridoio che porta nell’emiciclo, bolla la decisione di Pd-Udc-Fli e Idv di non votare alla prima chiama come “uno dei vecchi trucchi del più bieco parlamentarismo” che “offre una immagine su cui gli italiani rifletteranno”. Nonostante la fiducia però i numeri, già risicati per il governo, subiscono un ulteriore assottigliamento ecco perché è lo stesso premier ad annunciare che “si trasferirà in Parlamento” facendo della Camera “la sede principale di lavoro”. Concetto ribadito anche ai ministri nel corso della riunione del Cdm: Bisogna stare il più possibile in Aula a garantire la maggioranza durante le votazioni. La rinnovata fiducia però non calma le acque nella maggioranza. La decisione del Pdl veneto di espellere dal partito Giustina Destro e Fabio Gava fa discutere, così come le ‘promozioni’ in Cdm di Catia Polidori e Aurelio Misiti a vice ministri e l’ingresso di Giuseppe Galati come sottosegretario all’Istruzione. Il premier, seppur in privato, non nasconde la preoccupazione per i numeri, mostra di voler andare avanti annunciando per la prossima settimana la presentazione del decreto sviluppo. Argomento discusso anche con il Capo dello Stato in un colloquio formale di 40 minuti in cui oltre alle misure per la crescita l’altro argomento di discussione è stato la nomina del successore di Mario Draghi alla Banca d’Italia. Un nodo ancora tutto da sciogliere. Il rischio di ‘andare sotto’ con i numeri ha avuto però l’effetto di placare, almeno per il momento, la ‘guerra’ nel governo contro Giulio Tremonti. Il rischio di una bagarre nell’approvazione della legge di stabilità dopo l’annuncio di ieri della Prestigiacomo di non votare il provvedimento alla fine rientra. Ed il testo ottiene il sì unanime di tutti i ministri. A mediare è ancora una volta il Cavaliere: “Sono sicuro che arriveremo a decisioni di buon senso che saranno accolte da tutti”.

OPPOSIZIONE CI PROVA, GOVERNO PERDE PEZZI,E’ ALLA FINE di Cristina Ferrulli
Pier Ferdinando Casini, regista dei contatti degli ultimi giorni con i malpancisti del centrodestra, alla fine si consola citando Mao: “la strada è a zig zag ma il futuro è luminoso”.Ma, al di là della pazienza, l’opposizione ha dato battaglia tentando di far mancare in Aula il numero legale per il voto di fiducia e mettendo in atto una strategia ostruzionistica che si assicura varrà anche in futuro. Perché, evidenziano Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini, “la vittoria del governo è di Pirro, la maggioranza perde pezzi e morirà di fiducia”. La strategia di entrare in Aula solo in presenza del numero legale è stata decisa stamattina in una riunione dei capigruppo, quando, dai colloqui con scajoliani e ‘responsabili’, si è capito che la maggioranza era sul filo del numero legale dei 315 voti. L’incognita dei radicali era chiara a tutti già da ieri ma il tentativo era d’obbligo. E così, sia durante le dichiarazioni di voto sia durante la prima chiama, peones e big hanno stazionato in Transatlantico: qualcuno faceva di conto, altri impedivano ad alcuni deputati non informati della tattica parlamentare, come Arturo Parisi, di entrare in Aula. Bersani ha passato gran parte del tempo davanti allo schermo in Transatlantico e il segno che la speranza c’era è dato dall’arrivo di Francesco Rutelli da Palazzo Madama. L’incanto è stato rotto dall’ingresso dei radicali in Aula anche se, assicurano tutti, non sono stati determinanti. “Milo ha deciso la partita sul numero legale – spiega il segretario d’aula del Pd Roberto Giachetti – mentre Pisacane ha garantito al governo la maggioranza assoluta”. Insomma, come chiosa Casini, nel 150/mo anniversario dell’Unità d’Italia “ci sta che a salvare il governo sia stato Pisacane”. Resta la consolazione di quattro deputati di maggioranza che non hanno votato la fiducia e per Bersani la constatazione che “la costruzione di un’alternativa esce rafforzata”. Una considerazione che Casini stempera, sostenendo che “abbiamo tempo per riflettere”. Anche se anche il leader Udc, senza perdere la speranza di un governo di transizione, vede le elezioni più vicine e assicura di essere pronto. “Certamente Berlusconi – è l’analisi di Bersani – ha voluto stoppare l’ipotesi di un governo di transizione, e si è visto che nel centrodestra ci sono parecchie timidezze. Berlusconi punta ad uno scontro ravvicinato con in campo lui stesso che fa la regia del centrodestra”. A differenza del leader centrista, il segretario Pd non nasconde che la strada è lunga prima di definire una coalizione di centrosinistra che non ripeta gli errori del passato. E solo dopo aver definito le alleanze sulla base di programmi, ribadisce Bersani, si faranno le primarie di coalizione per il candidato premier. Perché, ha chiarito ieri il leader Pd avvisando implicitamente Matteo Renzi e altri competitor, non si faranno le primarie di partito né luì sarà “candidato perché lo dice lo Statuto”. Ma sarà il Pd a scegliere chi correrà per i democratici contro altri sfidanti del centrosinistra, come Nichi Vendola. Salvo che, spiegano nel Pd, “l’alleanza con Casini vada in porto e allora il candidato premier non uscirà né dalle primarie né dai partiti”.