Banche, la beffa dei conti in rosso. Per un giorno si paga fino a 50 euro. Sconfinare costa anche il 10% di interessi in 24 ore

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Sconfinare per un solo giorno di 501 euro costa in media 33,10 euro, con il picco di 50,25 euro al Monte dei Paschi, seguito da Unicredit (50,23 euro). Come dire il 10% d’interesse in 24 ore. Tanto varrebbe restare in rosso «non autorizzato» per dieci giorni, visto che in questo caso la spesa è appena superiore: 35,31 euro nella media delle sette banche e 52,55 euro il picco (sempre dell’Mps in attesa di riassetto patrimoniale). E se invece e si sconfina di mille euro? Si spendono in media 33,34 euro per un solo giorno e 37,76 euro per dieci giorni. Il massimo è ancora di Mps e Unicredit, che per un giorno di sconfino chiedono rispettivamente 50,51 euro e 50,46 euro, e per dieci giorni 55 euro ciascuna. Raddoppiando la somma di sconfino, insomma, le variazioni sono minime. La banca con la quale si paga meno è comunque Intesa, che, unica nel panel, ha scelto di non applicare la Civ, optando per un tasso d’interesse nominale molto alto (il citato 22,19%): sugli sconfini per brevi periodi questa logica appare favorevole al cliente.

MEGLIO CHIEDERE UN PRESTITO – «La Civ non è una remunerazione per la banca, ma un recupero dei costi – replica l’Abi. Dev’essere poi giustificata con un documento interno, a disposizione della Banca d’Italia, che enumeri tutti i maggiori costi sostenuti»: quelli per autorizzare lo sconfino, insomma, dalle telefonate alle firme all’istruttoria. Inoltre «non va pagata se si sconfina meno di 500 euro, o per meno di sette giorni: è un vantaggio dato alle famiglie, le banche offrono un servizio non remunerato». «Le banche, è vero, sono schiacciate da costi di funzionamento elevati – commenta Stefano Caselli, prorettore della Bocconi, che ha seguito l’indagine. E anche dai vincoli più forti imposti da Basilea 3, che impongono maggiore patrimonio a fronte del denaro prestato. Ma i clienti si trovano costretti a sostenere costi pesanti, anche in presenza di piccoli sconfinamenti». Come se ne esce? «I risparmiatori devono capire che i conti correnti non sono lo strumento giusto per finanziarsi»: meglio chiedere (sempre che vengano concessi) un prestito, o comunque un fido (da non sforare). «Ma serve anche uno sforzo significativo da parte delle banche, nei confronti delle fasce di clientela più deboli – dice Caselli. E un ripensamento sui vincoli di patrimonio per gli istituti di credito a più forte vocazione retail». (Corriere.it – Alessandra Puato)